.Intervista a Gianfacco

Gianfacco, un artista visionario, intervista di Simone Pavan

Le sue opere a olio su grandi superfici sono pure visioni di un mondo surreale. Gianfranco Facco, in arte Gianfacco, classe 1961. Evidentemente il suo mondo interiore, rappresentato in maniera semplice con pennellate che non finiscono mai, quasi assente di tratti ma intenso di colore, tanto colore. E probabilmente non gli basta ancora, ne vorrebbe ancora di colore, per addolcire questo suo spazio “cosciente”. Se vuoi, te le racconta le sue opere, ma non è necessario, perché ciò che traspare è bellezza, forse quella bellezza che nel mondo reale spesso svanisce. Sembra sia proprio questa la “missione” di Gianfacco; esibire solo la versione meravigliosa della realtà, anche quando tenta di nascondere le rappresentazioni per lui dolorose. Ha iniziato a dipingere solo qualche anno fa ma la sua tecnica pittorica è uscita subito fin dal primo quadro, come se sapesse già, come se avesse già superato la fase accademica, ma provate a cercare l’inizio e la fine di una sua pennellata, annegherete nel sogno.

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Le tue prime opere risalgono a pochi anni fa, qual è stato l’impulso e perché non ti sei espresso prima in senso artistico?

Nel 2012, alla fine di un anno forse troppo intenso e stressante mi sono ritrovato apatico e sconsolato. Un pomeriggio di inizio gennaio dopo le feste di Natale, trovate delle matite colorate, ho incominciato a disegnare incessantemente su un foglio e verso sera stavo bene, rilassato, rianimato, riarmonizzato. Quasi una cura terapica, ho capito che avevo bisogno dell’Arte. La mattina seguente, era una domenica, sono andato a comprare tutto il necessario per dipingere a olio. Rientrato a casa ho aperto il cavalletto in sala e ho iniziato… alla fine della domenica avevo fatto il mio primo quadro, titolo ‘I numeri della vita’.

Il “Critico dell’Arte” Salvatore Fazia dice che l’operazione artistica passa tra “forma > riforma > trasfigurazione”; qual è la tua operazione artistica?

L’espressione di gioia che passa nel mio interiore, dare luce ai sentimenti, alla gioia, al dolore, al dispiacere e alla passione. I colori che utilizzo sono i primari, il magenta, il giallo e il blu. Con il bianco creo i toni e il nero lo uso solo quando non ne posso fare a meno. Il nero per me è un’espressione difficile, dura, contorta e intricata perché violento, quindi preferisco non usarlo.

In due quadri recenti ho usato solo il nero ma come contrapposizione alla luce non per esprimere tutta la negatività ma per mettere in risalto la positività, per uscire dall’ombra interiore.

Sei professionalmente molto impegnato, come riesci a sdoppiarti in versione artista? …è veramente separato l’artista dal tuo quotidiano o invece ne è condizionato?

Non separo due realtà completamente opposte, l’una non può essere senza l’altra proprio perché è stato il lavoro a portarmi nel colore. Non mi sdoppio, semplicemente rubo ore notturne alla mia quotidianità.

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Il Prof. Bruno Gandola dell’Accademia di Belle Arti di Brera a Milano, parla così di Gianfacco:

“Pittoricamente le opere sembrano riproporre una sorta di espressionismo simbolico in cui si riconoscono analogie con NOLDE, ENSOR e perfino con MUNCH e KANDINSKI, per la medesima inquietudine che muoveva dallo sfaldamento delle certezze materiali, delle basi economiche, dalla disintegrazione sociale dei valori interpersonali, per cui l’uomo diventa suo malgrado una maschera di se stesso. La pittura è gradevole, positiva, variopinta ed accesa; a volte esalta momenti di felicità protesi alla visione dell’eternità della natura cosmica, così come l’anima che tende alla realtà visiva della creazione. I colori sulle tele sono vivi e balzano dal fondo con molto equilibrio di spazi, di toni, di misure, tanto che nessuna opera, grande o piccola che sia, si può dire non ben composta”.