.L’Arte parola per parola

L’Arte, dal libro “L’Arte parola per parola” cronache di un’illusione di Salvatore Fazia.

Mappa: i materiali, i mezzi, i segni, i simboli i valori – l’operazione dell’opera e la sua organizzazione – la carta di identità artistica – il problema della forma e della funzione – l’idealismo artistico e la trasvalutazione di tutti i valori.

La parola è latina (ars, artis), ma la sua origine è greca da ‘aro’, ‘artino’ o ‘artizo’ derivati di ‘ararisco, che vogliono dire ‘mettere insieme’, ‘allestire’, ‘organizzare’, ‘comporre’. La parola indica l’attività che si compie quando si fa un’opera d’arte, fatta secondo un’organizzazione che mette insieme elementi di varia natura, materiali e immateriali, di natura fisica (i mezzi), mentale (le intenzioni), culturale (i simboli), sociale (i valori).

Vissuta da chi la fa e chi la guarda come scena di una immaginazione secondo segni di referenza e simboli di interiorità che prendono un’aria imprevista. Quest’aria è il risultato di una doppia interpretazione, di un’interferenza tra chi fa e chi guarda: se ne cerca l’equivalenza in termini di un voler dire, se è o no un’opera d’arte, quanto e perchè. Se ne ricerca l’identità nei suoi tratti generici, nel suo dna modulare, dovendo sempre esibire i propri segni di appartenenza, dato che ogni opera mostra qualcosa di nuovo, di differenza e oltranza. È stato anche detto in proposito, che non è possibile una definizione unitaria dell’arte, data la molteplicità delle opere e la loro multiformità, e anche se c’è stato chi, come Hegel, ha spiegato che l’arte “libera nei suoi fini come nei suoi mezzi”. E dunque non la forma, ma la funzione, dei mezzi e dei fini, è ciò che distingue l’arte. Strabismo di Venere che ha colpito tutti ma non un filosofo della soggettività come Hegel, e più avanti, poi, un filosofo della vita, uno psicologo, come Nietzsche, il quale in una sorta di ‘affetto platonico’ avrebbe visto nell’opera d’arte che una cosa “quanto meno è reale, tanto più ha valore”. Perchè  “quanto più ci avviciniamo all’idea, tanto più ci avviciniamo alla verità”. E racconta: “un artista non sopporta alcuna realtà, volge lo sguardo lontano, indietro; la sua opinione più seria è questa: il valore di una cosa consiste in quel residuo umbratile che ricaviamo dai colori, dalla forma, dal suono, dai pensieri; crede che, quanto più una cosa, o un uomo, viene resa sottile, attenuata, volatilizzata, tanto più cresce di valore: quanto meno è reale, tanto più ha valore”. Chiama questa filosofia dell’arte “la più grande conversione” che sarebbe stata attuata da Platone, e non sarà proprio essa, questa filosofia, questa conversione, che sarà poi all’origine dell’idea nietzscheana dell’arte come via di “trasvalutazione di tutti i valori”?